Venere che benda Amore
Tiziano Vecellio
Galleria Borghese
Con buona probabilità il dipinto entrò in collezione Borghese nel 1608, ceduto dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati a Scipione Borghese. Sconosciuta rimane la committenza dell’opera, così come di difficile interpretazione appare il soggetto, sulla cui lettura la critica ha lungamente dibattuto.
Seduta sulla sinistra
del dipinto possiamo osservare una splendida figura femminile incoronata, raffigurata nell’atto di bendare con un gesto deciso il putto alato appoggiato sul suo grembo, mentre dalla sua spalla
un altro putto osserva la scena con aria assorta. A destra, altre due donne
entrano nella scena con un arco e una faretra.
La composizione è costruita con grande
maestria: al centro del quadro non appare nessuno dei protagonisti della scena,
perché tutti sono al centro dell’azione. Nello sfondo si vede un paesaggio
al tramonto,
con il cielo colorato di nuvole rosa e arancioni, sopra le montagne azzurrine,
colori ripresi anche dal panneggio di Venere e dalle ali dei cupidi, per un risultato molto estetico e armonioso.
L’identificazione della figura femminile
con Venere non è sempre stata univoca: c’è chi ha sostenuto che non si
trattasse della dea della bellezza ma una raffigurazione delle tre grazie con i cupidi. Sicuramente
l’interpretazione che si tratti di Venere è prevalente, e il dipinto racchiude un’allegoria: Venere benda l’amore affinché questi,
cieco, possa compiere le sue prime imprese senza vedere nessuno, colpendo i
mortali con le sue frecce e disseminando casualmente innamoramento e passione.

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